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storia

la chiesa

chiesa di San Lorenzo martire

La chiesa di Fornio è dedicata a S.Lorenzo martire, santo patrono del paese. Sorge sopra una piccola collinetta ed è stata edificata tra il 1708 e il 1742 sulla stessa area dove precedentemente sorgeva l’antica cattedrale del XII secolo. Era sprovvista di torre campanaria pechè era stata demolita nel 1698. Quella nuova fu realizzata nel 1743 e fu poi rialzata nel 1900 su iniziativa di Don Castellotti.
Attualmente si accede al sagrato della chiesa attraverso una scalinata d’ingresso aggiunta in seguito e ultimata nel 1951. Lo stile predominante è il rococò, anche se contaminato da classico e romanico. Sulla facciata con copertura a volta si aprono un portale ed una finestra, entrambi con voltino arcuato; tra i due elementi architettonici è affrescata l’immagine del Santo titolare della chiesa (affresco realizzato dal pittore Dino Mora da Colorno. Vedi anche la sezione arte per maggiori approfondimenti). All’interno gli stucchi rococò sono della metà del XVIII secolo. Le cappelle laterali accolgono diverse opere pittoriche. Molti affreschi sono opera del Prof. Pittore Dino Mora da Colorno al quale è dedicato ampio spazio della sezione “Fornio e l’arte”. Consultare anche la sezione Immagini per vedere belle foto della chiesa di Fornio.

la facciata

Qui di seguito riportiamo un brano tratto da “Enciclopedia Diocesana Fidentina” a cura di Dario Soresina (1974, Agraf), che permette una trattazione più approfondita:
La chiesa di Fornio è dedicata a S. Lorenzo Martire. Di antica fondazione, conservò attraverso i secoli l’ubicazione originaria sopra un piccolo poggio. L’attuale venne ricostruita ex novo tra il 1708 e il 1742 sull’area della preesistente, invertendone la primitiva disposizione topografica. Consacrata dal vescovo Gherardo Zandemaria. era allora sprovvista di campanile, dato che la vecchia torre era stata demolita nel 1698; il prelato ne ordinò la costruzione e l’opera fu realizzata nella primavera 1743, essendo parroco Giuseppe Pinotti. Su progetto del capo dell’ufficio tecnico del Comune, ing. Rastelli, nel 1900 la torre fu sopraelevata per iniziativa dell’arciprete Achille Castellotti mediante l’aggiunta di una seconda cella campanaria a base ottagonale, che si volle sovrapporre all’altra a base invece quadrata, e della cuspide di coronamento: un adattamento infelice, un’opera attuata senza tenere conto delle esigenze stilistiche ed estetiche della costruzione. La chiesa, ad aula unica con cappelle laterali secondo lo schema tipico dettato dalla Controriforma, è barocca, ma di un barocco alquanto castigato che molto si richiama ai canoni architettonici romanici e classici. La facciata si sviluppa tra due paraste che si allacciano superiormente in un arco a guisa di frontone: struttura molto semplice, ma che giova all’unità della costruzione, la quale, pur senza rivestire particolari pregi, risulta di una chiara linearità scevra d’inutili appesantimenti. La stessa impressione si ha all’interno: sottili paraste, che salgono ad attraversare la volta, suddividono il vaso in tre settori simmetrici oltre i quali si estende il santuario, delimitato da due pilastrate che sporgendo dai muri delle fiancate sostengono un arcone a tutto sesto. La chiesa fu decorata nel 1910 dal pittore colornese Dino Mora, il quale dipinse a chiaroscuro figure di cherubi nei medaglioni della volta e sopra il cornicione del coro, i Santi Pietro e Paolo alle pareti del presbiterio, Santa Lucia sopra l’arco della finta prima cappella di destra, il Battesimo di N. S. nell’opposta cappella del battistero: infine, superiormente ai Iati del portale, due angeli scudati.

interni

Le cappelle laterali, a pianta rettangolare, hanno volta a botte e presentano nella parete frontale decorazioni a stucco di buona fattura. La seconda a sinistra è dedicata alla B.V. della Concezione: eretta dalla comunità parrocchiale nel 1630 in segno di riconoscenza alla Madonna per avere risparmiato il paese dalla epidemia di peste di manzoniana memoria, fu, per la circostanza, dotata di un poderetto di nove biolche di terra per la decorosa manutenzione dell’altare. Questo, barocco, in muratura con pallio in scagliola a fregi floreali, datato 1684, è sormontato da ancona stilizzata in legno – buon lavoro di falegnameria locale eseguito da Emilio Papini nel 1852 -, formata da due paraste con capitelli ionici che sostengono trabeazione con metope e triglifi: il frontespizio è ornato di due festoni che si svolgono da un medaglione centrale. Nella nicchia dell’ancona è ospitata una coeva statua in legno dell’‘Immacolata. opera del piacentino Domenico Borella. L’altare maggiore, neoclassico, è in marmo bianco di Carrara, giallo di Siena e verde Alpi. Progettato dall’architetto Tonino Onnis di Parma, fu consacrato dal vescovo Paolo Rota nella mattinata dell’8 settembre 1954. Per la circostanza il prelato procedette anche alla consacrazione di tre nuove campane ed all’inaugurazione della scalinata di accesso al sacro edificio, opere, tutte, attuate per iniziativa dell’arciprete Guido Costa. La pala dell’altare è un dipinto a olio su tela raffigurante la Vergine Assunta e S. Lorenzo. La Madonna, panneggiata in ricca veste rosa e manto viola, appare nella classica raffigurazione assisa sulle nubi e scortata da angeli che la portano in ciclo. Volge materna lo sguardo a S. Lorenzo. che in abito di diacono è prostrato in atto di venerazione con le braccia congiunte al petto. Ai lati del santo due angeli reggono i suoi attributi: la graticola, lo scarpione e il Vangelo. E’ opera d’ignoto pittore parmense del sec. XVIII nella quale si notano un pittoricismo sciolto e un atteggiamento robustamente plastico: le figure, tuttavia, denunciano nella raffinata grazia delle movenze un’eleganza che è chiaramente manieristica. Tra le opere d’arte in dotazione della chiesa – oltre a quelle citate – sono da segnalare un prezioso Crocifisso in legno, grande quasi al vero, datato 1419; una settecentesca statua pure in legno della Madonna della Concezione: sono scolpiti solo il volto e le mani della Vergine, trattandosi di una statua vestita; un olio su tela di scuola spagnola di fine sec. XVIII raffigurante 5. Giuseppe e Gesù Bambino, donato nel 1977 dal prof. Giovanni Godi.

il paese

antica mappa di Fornio

Fornio è una piccola frazione del Comune di Fidenza con una popolazione di circa 300 abitanti. Dista circa 4 km dalla città e 3 km dalla via Emilia alla quale è collegato per mezzo di due strade comunali.
Fornio è storicamente divisa in due zone abitate: la prima nei pressi delle scuole elementari e dell’hosteria, dove si è sviluppata l’edilizia più recente; l’altro, più antico, formato da un gruppo di case e costruzioni in località Rocca, centro operaio e artigiano.
Un tempo la superficie a bosco era predominante, ma venne ridotta e trasformata in area coltivabile: ora si presenta come una verde distesa di campi intercalata da vigneti. I boschi (castagno, acacia, pioppi, aceri e altre piante tipiche della zona) rappresentano un attrattiva per gli abitanti delle vicine città che a Fornio possono passeggiare immersi nella natura. La comunale prosegue sino al territorio del Parco regionale dello Stirane, ai confini con San Nicomede. Nei pressi del campo sportivo si forma un’altra strada che raggiungere l’abitato della Rocca. Qui era situato il centro artigiano del paese, fabbro, falegname, calzolaio, ecc. L’attrattiva principale per gli abitanti del circondario è l’annuale sagra di San Lorenzo (10 Agosto) che propone il meglio delle tradizioni culinarie locali.
I documenti storici su Fornio sono pochi. Non manca tuttavia nei trattati storici parmensi qualche accenno a Fornio, già figurante come Pietraformia nell’elenco delle località poste sulla linea di confine tra Parma e Piacenza fissata nel 625 da re Arialdo e confermata il 4 Ottobre 674 ed ancora il 21 Ottobre 689 da re Bertarido; in quest’ultimo atto, steso dai notai Autichi Spatario e Ausone, è distinta con l’appellativo di Pietra Fornia. Il Pincolini ricorda nei suoi scritti la piccola villa come Furiola, denominazione derivante probabilmente dalle battaglie che ivi con furia imperversarono ancor prima del sec. X e che culminarono in quella combattuta il 29 luglio 923 tra i re Berengario e Rodolfo, che si disputavano il dominio d’Italia. Sembra così escluso, come taluni vorrebbero, che Fornio tragga origine dai forni militari costruiti nella zona allorché vi si accamparono gli eserciti di Federico Barbarossa e di Federico II, avvalorata dalla circostanza che ancor oggi esiste nella vicina San Nicomede un podere appellato Barbarossa. Il particolare conferma soltanto che i due monarchi indugiarono a lungo nella località, specie Federico I. come attestano i ruderi del castello messogli a disposizione dai Pallavicino sul colle Ghibellino a Salsominore, la cui parrocchiale, più volte ricostruita, ne era secondo la tradizione la cappella. Di certo rimane che la dizione Furiola, la quale attraverso le alterazioni Furiolum, Furnulum e Fornulum si trasformò nella forma attuale, s’era già imposta nel sec. XI, entrando nell’uso comune a distinguere la località che gli atti più antichi indicano come la Corticella di San Lorenzo. Il territorio appartenne al vescovo di Parma e fu poi compreso nel feudo pallaviciniano. Dell’esistenza in luogo d’una chiesa sin dal sec. XII si ha testimonianza nella bolla di papa Celestino III del 4 maggio 1196, che la colloca tra quelle soggette alla pieve primaria di San Donnino. L’odierna parrocchiale ne conserva l’ubicazione originaria. Al tempo di dominazione francese, Fornio, che di Fidenza aveva seguito le sorti in campo sia civile che ecclesiastico, era sottoposta amministrativamente al maire di Castione dei Marchesi, paese a sua volta dipendente da Busseto. Del capoluogo entrò a far parte nel 1814.

preistoria, ritrovamenti nel territorio Fidentino

Brani tratti dal sito del Museo del Duomo di Fidenza:

…reperti appartenenti alla fine del Paleolitico inferiore sono stati individuati solo in zona pedemontana; assenti sono invece, nel territorio comunale, ritrovamenti databili Mesolitico.
Reperti molto importanti, venuti alla luce in località Casa Bruciata di Fornio, a pochi chilometri dal centro urbano di Fidenza, risalgono al Neolitico antico.
Un insediamento del IV millennio a.C. è stato rinvenuto in località Vaio. I ritrovamenti confermano che il territorio fidentino è abitato fin dal quarto millennio a.C.. Nella media età del Bronzo il territorio fidentino è caratterizzato dalla presenza delle terramare; in pianura le abitazioni sono su palafitte (come si nota a Castione dei Marchesi), in collina sono capanne.
A Casa Bruciata di Fornio è stata rinvenuta un’accetta in pietra levigata di grandi dimensioni del IV millennio a. C. (Neolitico).
Fonte: www.museoduomofidenza.it

San Lorenzo

San Lorenzo in un dipinto di Mario Alfieri conservato nella cappella del cimitero di Fornio

La Chiesa di Fornio è dedicata a San Lorenzo Martire. Nella tradizione popolare, le stelle del 10 agosto sono anche chiamate fuochi di San Lorenzo, poiché ricordano le scintille provenienti dalla graticola infuocata su cui fu ucciso il martire, poi volate in cielo. In realtà San Lorenzo morì decapitato, non bruciato, ma nella tradizione popolare è rimasta l’idea del rogo e dei lapilli volati in cielo.
Per chi fosse interessato a conoscere a grandi linee la storia del martirio di Lorenzo, riportiamo qui di seguito un brano tratto da “Guida per una visita ai luoghi giubilari dell’anno 2000 in Roma: S.Pietro, S.Paolo, S.Maria Maggiore, S.Giovanni in Laterano, S.Croce in Gerusalemme, S.Lorenzo fuori le Mura, S.Sebastiano e le altre catacombe, il Santuario del Divino Amore” a cura di Andrea Lonardo e degli studiosi del Centro culturale L’Areopago e del Centro culturale Due Pini:
“La grande venerazione per la figura di San Lorenzo inizia subito dopo il suo martirio avvenuto nel periodo delle grandi persecuzioni dei cristiani, nel III secolo dopo Cristo. Nel 254 salì al trono l’imperatore Valeriano. In un primo momento sembrò tornata la pace dopo la persecuzione di Decio (250). “La casa dell’imperatore è piena di cristiani”, ci riporta Dionigi, allora vescovo di Alessandria d’Egitto. Poi, improvvisa la svolta, che portò all’arresto di Dionigi (che sarà poi liberato da una sommossa popolare); alla morte per decapitazione di Cipriano; vescovo di Cartagine, in Africa; e a nuovi martiri romani.
Con un primo editto, del 257, si condannavano all’esilio, tutti i membri della gerarchia ecclesiale, se non avessero compiuto le cerimonie romane, l’ossequio alle divinità dell’Impero.
Vengono inoltre confiscati i beni, e, si afferma che i cristiani “non debbono riunirsi per il culto, non debbono usare i loro cimiteri”.
La persecuzione si rivolge agli honestiores, ai cristiani di alto rango, ormai molto presenti nella società. È infatti nel III secolo che i cristiani cominciano ad essere molto presenti nelle classi alte della popolazione. Se non venerano le divinità pagane debbono essere esiliati, dopo la confisca dei beni.
A Roma vengono martirizzati prima papa Sisto II con 4 diaconi, il 6 agosto 258, sorpresi in un cimitero. Il 10 agosto è la volta del martirio del diacono Lorenzo. Fu sepolto sulla via Tiburtina, nel luogo in cui Costantino farà erigere la basilica di San Lorenzo.
Un documento che precede di pochissimi anni il martirio di san Lorenzo, una lettera di Cornelio, papa subito dopo la persecuzione di Decio – lettera conservataci da Eusebio di Cesarea – ci informa della presenza a Roma di 46 preti, 7 diaconi, 7 suddiaconi, 42 accoliti, 52 fra lettori ostiari ed esorcisti, e 1500 fra vedove e poveri aiutati dalla comunità. È uno dei rarissimi documenti che quantifica la gerarchia ecclesiale presente a Roma nei primi secoli del cristianesimo.
Dunque, nel giro di pochi giorni, 5 dei 7 diaconi della chiesa di Roma vengono uccisi per il nome del Signore.
Dalla storia della Chiesa emerge l’importanza del diaconato. Lorenzo e gli altri diaconi avevano la responsabilità della cura dei 1500 fra poveri e vedove aiutati dalla comunità cristiana. Per questo era affidata loro anche la responsabilità dell’amministrazione dei beni e dei cimiteri. Non è casuale che alcuni papi di questo periodo siano scelti non fra i presbiteri, ma direttamente dal gruppo dei diaconi, quindi ordinati presbiteri e consacrati vescovi. È un segno della rilevanza assunta da questo ministero.
Una tradizione successiva, riassunta nella medioevale Legenda Aurea di Jacopo da Varazze mostra, come in un simbolo, il motivo della venerazione popolare immensa che la figura di Lorenzo suscitò a Roma, subito dopo il martirio: Giunsero al tribunale, e lì riprese l’interrogatorio sul tesoro; Lorenzo chiese una sospensione di tre giorni, e Valeriano gliela concesse, ponendolo sotto la custodia di Ippolito. Lorenzo approfittò dei tre giorni per raccogliere poveri, zoppi e ciechi e li presentò all’imperatore al palazzo sallustiano e disse: “Ecco questi sono i nostri tesori: sono tesori eterni, non vengono mai meno, anzi crescono. Sono distribuiti a ciascuno, e tutti li hanno: sono le loro mani a portare al cielo i tesori”.
La tradizione arricchisce il dato certo del martirio, descrivendone la modalità. Lorenzo fu arso vivo su di una graticola e, nell’iconografia successiva, è sempre rappresentato con tale graticola al suo fianco, segno della sua testimonianza suprema.
È perciò la caritas nel suo pieno significato teologale che viene testimoniata da Lorenzo. Lorenzo muore, con il papa e gli altri diaconi, confessando che la caritas stessa è il Dio di Gesù Cristo, quella stessa carità che aveva condiviso in ogni giorno del suo ministero, nel servizio dei poveri.
Pochi anni dopo nel 260, Valeriano, sarà preso prigioniero dai persiani. Gallieno emanerà il cosiddetto “editto di restituzione”, probabilmente nel 262, che restituità cimiteri e luoghi di culto ai cristiani. Ne abbiamo testimonianza, per Alessandria nel 264. Da allora, fino all’ultima persecuzione in cui cadranno martiri Cecilia, Agnese, Sebastiano, martiri importantissimi, ma di cui non c’è rimasta una memoria storica attendibile, il cristianesimo sarà religio licita, nell’impero romano.
Un ultimo particolare aiuta a comprendere la forza della testimonianza della Chiesa di Roma, in quei duri anni. Proprio nello stesso anno 258, solo alcune settimane prima del martirio di Sisto e dei suoi 5 diaconi, fu fissata e celebrata – la notizia è della Depositio martyrum, documento degli anni 320/30, che tratta di una trentina di martiri e della loro venerazione nella liturgia – per la prima volta in Roma la festa dei santi Pietro e Paolo fissata per il 29 giugno. Il calendario la chiama la festa dei Santi Pietro e Paolo ad catacumbas, perché celebrata probabilmente alle catacombe di San Sebastiano, dove erano state traslate e riunite le reliquie degli apostoli Pietro e Paolo. Essa entrerà, da allora, nel calendario liturgico della Chiesa.
Lorenzo fu sepolto in crypta nel cimitero su cui ora sorge la basilica. Per primo Costantino fece erigere una piccola chiesa – poi ampliata e infine distrutta – a fianco del cimitero, a monumentalizzare il luogo. Papa Pelagio II (578-590) sbancò il colle su cui si trovava il cimitero, che stava per franare, e costruì una basilica con scale interne per permettere l’accesso diretto alla tomba del martire. Papa Onorio III (1216-1227) ne aggiunse un’altra a quella di Pelagio, ma comunicante con essa, per cui, entrando oggi, attraversiamo prima la basilica medioevale e giungiamo poi a quella pelagiana. Onorio invertì anche l’orientamento basilicale, per cui per vedere l’arco trionfale pelagiano dobbiamo recarci dietro l’altare maggiore.”

 

 

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